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GALLERIA DEGLI UFFIZI: L’IMPERDIBILE PRIMA GALLERIA D’ARTE DEL MONDO

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Nel 1580 il Granduca di Toscana Francesco I apre la Galleria degli Uffizi, da cui nasce il concetto espositivo della Galleria, uno spazio lungo che prende la luce da un lato e lungo il quale sono collocate opere d’arte, un concetto che verrà presto copiato ovunque nel globo e che rende gli Uffizi a pieno titolo la prima Galleria d’arte del mondo.

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GLI UFFIZI: IL MUSEO PIU’ VISITATO D’ITALIA

La Galleria degli Uffizi è il Museo più visitato d’Italia, ben considerando in questa affermazione che i Musei Vaticani, a cui spetta il primato numerico, risiedono in territorio dello Stato Pontificio.

Prima di parlare della Galleria degli Uffizi, partiamo da cosa sono gli Uffizi.

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Gli Uffizi furono concepiti a partire dal 1560 da Cosimo I dei Medici, che volle racchiudere in una zona attigua a Palazzo Vecchio quelle che erano le Magistrature, ovvero gli uffici della burocrazia statale.

Cosimo I era un dittatore, che aveva accentrato il potere nelle sue mani e che per esercitare il suo diretto controllo volle concentrare le singole magistrature all’interno di un unico edificio, attiguo al suo centro di potere, Palazzo Vecchio, alla loro apertura nel 1565 gli Uffizi rendono la Toscana il primo Stato centralizzato del mondo.

Per costruire gli Uffizi, diede speciali permessi alle ditte che lavoravano, come ad esempio reperire direttamente dall’Arno vicino agli Uffizi l’arena necessaria per costruire il Palazzo.

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Viene demolito il malfamato e degradato rione Baldracca, che prendeva il nome da una taverna molto equivoca.

Il progetto fu gestito da Giorgio Vasari, che non fu solo l’architetto personale del Granduca, ma anche il primo storico dell’arte.

Il primo nucleo voluto da Cosimo I nasce come macchina statale, tuttavia, nel momento in cui diviene Granduca il figlio di Cosimo, Francesco I, le cose cambiano.

Il Granduca stabilisce che  il piano superiore venga destinato ad ospitare opere d’arte, così fa chiudere dal Talenti quello che era un loggiato aperto nel 1584 e comincia a collocarvi opere d’arte e da qui nasce il concetto di Galleria.

Il Palazzo ha un andamento a ferro di cavallo ed ha un corridoio che collega Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti, Corridoio Vasariano, edificato in soli sei mesi a partire dal 1565, quando Francesco I si sposa con Giovanna d’Austria e Vasari viene incaricato di fare questo corridoio.

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A Firenze era ancora fresca la memoria della Congiura dei Pazzi, una cospirazione avvenuta nel 1478 ordita dalla famiglia dei Pazzi per frenare lo strapotere dei Medici e che portò al ferimento di Lorenzo il Magnifico ed all’uccisione di Giuliano dei Medici.

Cosimo I aveva il terrore degli attentati e si muoveva sempre scortato, il corridoio doveva collegare i due Palazzi, Vecchio e Pitti, in maniera sicura.

Prima di entrare nel Palazzo, nel Portico degli Uffizi vi sono le statue dei personaggi toscani famosi, dai più importanti a quelli minori.

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Sopra sul primo nucleo degli Uffizi, c’è la Tribuna, sempre voluta da Francesco I e concepita dal Talenti.

Inizialmente, l’accesso alla Galleria degli Uffizi era garantito solo ad una lista di dignitari selezionati, sarà solo in seguito, con i Lorena, che diventa aperto a tutti. esterni.

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Entriamo nel Palazzo e saliamo sulla Galleria, dove questo concetto è visibile, abbiamo la luce che proviene dal lato su un lungo spazio dove vengono collocate le opere.

La Galleria nasce come una collezione eclettica e sempre di più si specializza in pitture e sculture.

Le due forme d’arte, la pittura e la scultura, sono sempre state in competizione tra di loro, per Giorgio Vasari la regina delle arti è la pittura, mentre per Michelangelo è la scultura.

Sul soffitto vi sono una serie di ritratti, quella Aulica, che contempla i grandi personaggi della Famiglia Medici e quella Gioviana, che ha ritratti di grandi personaggi di tutte le epoche. Fu detta Gioviana da Giovio, un alto prelato che aveva questa prestigiosa collezione a Como e ne venne fatta una copia, che ora è qui.

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Il soffitto è decorato a grottesche, termine coniato a Roma durante il Rinascimento, quando viene scoperta la Domus Aurea di Nerone.

Inizialmente vennero ritenute delle grotte dipinte e gli artisti vi si calavano con le corde e con le torce per vedere sculture con motivi decorativi, che da quel momento verranno chiamati grotteschi.

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Questo loggiato inizialmente doveva essere aperto, ma poi si decise di coprirlo per ospitare le collezioni.

Nella I sala troviamo LE MAESTÀ di tre grandi Maestri della Pittura italiana, Duccio Boninsegna, Cimabue e Giotto.

Per Maestà si intende un’iconografia dove c’è una Madonna seduta in trono come una Regina, con il Bambino ed attorniata dagli Angeli.

L’opera di Duccio di Boninsegna “MADONNA DEI RUCELLAI” è la più grande tavola dipinta in legno a noi pervenuta dal medioevo, in quanto era più grande di ciò vediamo adesso.

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Raffigura la Madonna con il Bambino seduta su un trono e vi sono Angeli posizionati al lato della Madonna, che sembrano quasi fluttuare.

Queste opere erano poste su un tramezzo, che delimitava lo spazio interno delle Chiesa in cui erano collocate. Quest’opera si trovava presso la Basilica di Santa Maria Novella ed il nome Madonna dei Rucellai derivava dalla cappella Rucellai, che la ospitava.

L’opera di Cimabue è la “MAESTA’ DI SANTA TRINITA”, dove vediamo qualche elemento prospettico rispetto a Duccio Boninsegna.

Gli Angeli non sono di profilo, ma girati lateralmente ed hanno uno sguardo rivolto in maniera alternata.

Tutte le figure sono posizionate in una struttura, alla cui base vengono collocati i profeti, Adamo, Davide, Ezechiele ed Isaia.

Cimabue fa parte ancora di una pittura di stile gotico, il cambiamento vero lo si avrà con Giotto.

Nella “MAESTA’ DI OGNISSANTI” di Giotto gli Angeli assumono un aspetto più naturale, quelli posti in ginocchio presentano dei vasi con fiori rossi e bianchi, dove i fiori bianchi sono un riferimento alla purezza della Vergine, quelli rossi alla passione di Cristo.

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Questo è un periodo straordinario, mentre Dante crea una nuova lingua per gli italiani, Giotto crea un nuovo linguaggio artistico.

Lo sfondo color oro era il risultato di una vera foglia d’oro sottilissima incollata sulla superficie. Lo scopo dello sfondo era quello di creare un’atmosfera mistica per questi personaggi divini.

Entriamo in un’altra stanza e soffermiamoci su “L’ADORAZIONE DEI RE MAGI” di Gentile da Fabriano, un’opera che vede una particolarità, la firma dell’autore e la data di esecuzione dell’opera, cosa che non avveniva in passato e che segna un grande cambiamento del Rinascimento, che esalta l’importanza dell’artista, che non è più solo un mero esecutore.

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Nel Rinascimento era tipico utilizzare dei personaggi e scene sacre come pretesto per sfoggiare la propria ricchezza.

La sfarzosità degli abiti ci riconduce al committente dell’opera, Palla Strozzi, l’uomo più ricco di Firenze, che vuole far realizzare per la sua cappella personale un quadro che fosse anche un pretesto per celebrare la sua famiglia, tanto che Palla Strozzi ed il figlio sono inseriti nel contesto.

Guardiamo i dettagli come ad esempio gli animali esotici, quali il leopardo, le scimmiette o un falco cacciatore, abbiamo un cane che litiga con un cavallo, vi è un palafreniere con la spada, vi sono due donne che chiacchierano: Palla Strozzi è l’uomo con il turbante dorato ed accanto c’è il figlio.

Cambiamo stanza e dirigiamo verso un’opera di Paolo Uccello “LA BATTAGLIA DI SAN ROMANO”.

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Paolo Uccello è uno dei padri della prospettiva insieme al grande Sandro Botticelli.

La prospettiva esisteva già nell’arte classica e viene reintrodotta nel Rinascimento con questo rinato interesse per l’arte classica.

Il ritorno alla prospettiva è forse uno dei maggiori lasciti del Rinascimento, la prospettiva ha permesso che disegni tecnici fossero recepibili senza che vi fosse un modello tridimensionale.

La battaglia di San Romano, località vicino Pisa, avvenne nel 1432 e vide contrapposti i fiorentini con i senesi, i fiorenti disarcionano Bernardino Ubaldini della Carda, che parteggiava per i senesi.

La particolarità del dipinto è un equilibrio prospettico, con più punti di fuga.

Questo quadro è stato a lungo poco capito, anzitutto per suoi colori, per questi cavalli, che sembravano da giostra, ma in realtà erano grossi perché da guerra, addestrati a calpestare i nemici ed abituati ad elevarsi sui posteriori e girarsi di scatto.

Al principio le opere di Paolo Uccello erano tre, a metà dell’Ottocento le altre due sono state vendute al Louvre ed alla National Gallery, perché considerate copie dello stesso episodio.

Fermiamoci sul famoso dittico di Piero della Francesca “I DUCHI DI URBINO FEDERICO DA MONTEFELTRO E BATTISTA SFORZA”.

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E’ una delle opere più importanti di Piero della Francesca, realizzata quando l’artista soggiornò ad Urbino alla corte del Duca di Montefeltro, in uno degli ambiente più raffinati e colti dell’epoca.

In questo ritratto si intravede l’influenza che la pittura fiamminga ebbe sul lavoro di Piero della Francesca, ma anche l’uso della tecnica della prospettiva appresa a Firenze.

I Duchi vengono rappresentati l’uno di fronte all’altra, come nella tradizione numismatica antica, ma sappiamo che Federico si faceva rappresentare solo da questo lato del volto, quello non sfigurato dall’incidente avuto durante un torneo a cavallo.

Cambiamo stanza per dirigerci verso “LA NASCITA DI VENERE” di Sandro Botticelli.

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Chi è in realtà la Venere? E’ Simonetta Cattaneo, una nobildonna ligure di cui si era innamorato Giuliano de Medici, fratello di Lorenzo il Magnifico.

Nascita di Venere del Botticelli: alcuni dicono nasca dalla spuma del mare. Per altri è l’approdo di Venere sulla terra ferma che vediamo all’interno della conchiglia, Venere viene subito vestita dalla donna a sinistra, mentre a destra abbiamo i venti.

Venere è nuda, ma ha una posizione pudica, i capelli la coprono sulle parti intime.

L’interpretazione non è molto chiara, si parla di neoplatonismo del circolo di Marsilio Ficino. Botticelli, in seguito, diventerà seguace di Savonarola per cui quando in Piazza della Signoria ci furono i “falò della vanità”, Botticelli distrusse molte sue opere per questa follia religiosa.

Sono quadri ancora difficili da decifrare, c’è l’influsso della scuola neoplatonica

Altro grande capolavoro di Botticelli è “LA PRIMAVERA”.

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Abbiamo l’avvento della Primavera, Zefiro con la fine dell’inverno allontana le nubi e Flora, la donna sulla destra con la veste dorata, è la divinità della vegetazione, annessa alla Primavera.

Dietro ci sono degli alberi da frutta con gli aranci, secondo alcuni la forma tonda e dorata è una chiara citazione dei Medici, per il simbolo dello stemma con le palle, che in realtà sono monete.

Poi abbiamo le tre Grazie, per Botticelli sono una metafora della femminilità nelle sue espressioni, quindi la seduzione, la compagna fedele e la fanciulla.

Ai piedi della Primavera abbiamo una vegetazione molto ricca.

Giriamoci verso “LA MADONNA DELLA MELAGRANA”, ancora un’opera del grande Botticelli.

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Al tempo di Botticelli, i soggetti religiosi non erano concepiti per stare all’interno di una Chiesa, ma erano creati per la devozione familiare, da collocare nella camera da letto ed erano in genere regalati in occasione di un matrimonio o di una nascita.

In questa Madonna della Melagrana, Gesù Bambino custodisce nelle sue manine il melograno, il cui frutto è una metafora della fertilità, della Chiesa, intendendo che i semi sono i fedeli, ma il rosso è la passione di Gesù in terra.

Abbiamo questi angeli dai lineamenti delicatissimi, ognuno di loro fa qualcosa, da notare come i loro sguardi siano differenti gli uni dagli altri per coinvolgere nella scena colui che guarda.

Nell’altra opera di Sandro Botticelli, “MADONNA DEL MAGNIFICAT”, vediamo ancor di più l’abilità di Botticelli nel collocare i personaggi in un contesto tondo, c’è l’arco sovrastante, i personaggi sono tutti curvati per facilitare questa superficie tonda.

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E’ un po’ un documento della Firenze dell’epoca, a partire da questo libro aperto, che ci indica come le donne fiorentine sapessero leggere, la cultura non era solo una cosa relativa ad i ceti alti, ma nella Firenze del tempo l’istruzione pubblica era garantita a tutti i bambini fino a 12 anni.

Si chiama “Madonna del Magnificat” perché c’è la frase “Magnificat anima mea Dominum”, ovvero la mia anima omaggia il Signore, che secondo il Vangelo di Luca è la frase con cui la Madonna durante la visita alla cugina Elisabetta ringrazia il Signore per aver liberato il suo popolo.

Altra opera di Botticelli è “LA CALUNNIA” : è la metafora della calunnia e dell’invidia, abbiamo Re Mida, che viene consigliato da Ignoranza e Sospetto, cattive consigliere, affinché il malcapitato venga ingiustamente condannato, di fronte ha Livore, con il cappuccio e che tiene per un braccio Calunnia, i cui capelli vengono aggiustati da Insidia e Frode.

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Solo una potrà trionfare, la Verità, rappresentata da una donna nuda, perché la Verità non ha bisogno di velarsi con orpelli, il suo valore non necessita di travestimenti, lei indica verso il cielo, ovvero il Giudizio Divino e non quello degli uomini, che può essere tratto in inganno da cattivi consiglieri.

Ancora di Botticelli osserviamo “MINERVA ED IL CENTAURO”, in cui abbiamo Pallade, ovvero Minerva, che ammansisce il Centauro, una figura metà uomo, metà bestia. Un evento politico ha dato spunto per la creazione dell’opera. Alcuni critici ne vedono un riferimento al momento in cui il Regno di Napoli stava per dichiarare guerra alla città di Firenze e, grazie all’opera di mediazione diplomatica di Lorenzo il Magnifico, che va a Napoli di sua iniziativa, si riesce ad evitare la guerra tra Napoli e Firenze.

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Minerva, pertanto, è la razionalità che vince sull’irrazionalità della guerra, il Centauro.

L’abito di Pallade è prezioso, con trasparenze, vi sono 3 cerchi intrecciati, con riferimento alla filosofia neoplatonica, molto praticata dai Medici, è c’è anche chi afferma che in quel momento i Medici volessero riportare il paganesimo.

Gli Uffizi sono una celebrazione dell’arte italiana, ma abbiamo anche capolavori di artisti stranieri come “IL TRITTICO PORTINARI”, del pittore fiammingo Van Der Goes.

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Nel Trittico è rappresentata una Natività. Viene ritratto il committente, Tommaso Portinari, con la moglie e dietro abbiamo dei Santi.

In questa natività non c’è sfarzo, i pastori sono poveri, tranne i committenti, che hanno vesti all’altezza del loro status sociale.

Portinari era un funzionario mediceo che curava il Banco dei Medici a Bruges e che conduceva una vita molto sfarzosa. Fece però delle operazioni finanziarie non approvate dai Medici, che lo destituirono e morì povero.

Vediamo sullo sfondo il Palazzo di Davide, dalla cui famiglia discendeva Gesù, ed in primo piano abbiamo la natura morta, che impressionò molto gli artisti dell’epoca.

Questo Trittico è decorato anche dietro in monocromo.

Andiamo in una Sala aperta di recente con delle mappe dettagliate e notiamo piano di tavolo, raffigurante il Porto di Livorno, fatto con la tecnica delle pietre dure ad incastro, perché qui aveva sede quello che poi diventerà l’Opificio delle Pietre dure, voluto da Cosimo per la manutenzione delle opere d’Arte.

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Arriviamo alla TRIBUNA, che è stata il cuore degli Uffizi, conteneva le opere più preziose a cui Francesco de’ Medici era legato.

Francesco era un appassionato di alchimia, si dice che i colori della Tribuna siano citazioni degli elementi naturali, fuoco, terra, aria ed acqua: le pietre intarsiate del pavimento sono la terra, il broccato il fuoco, le conchiglie dall’Oceano indiano sono l’acqua e l’aria è rappresentata da questa lanterna che si apre sul cielo, copiata da Talenti dalla Torre dei Venti di Atene.

Nel 1700 la Tribuna era tappezzata di opere d’arte, poi è stata chiusa per molto tempo ed hanno poi ricreato una Tribuna meno affollata di opere, un po’ come doveva essere al tempo dei Medici.

Vi sono LE CELEBRI STATUE DEI LOTTATORI, DELL’ARROTINO E DELLA VENERE DEI MEDICI, che vengono dalle proprietà Medicee di Roma.

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Si narrava che la Venere de Medici fosse stata fatta riunendo assieme le caratteristiche migliori delle donne più belle del tempo. Affascinò così tanto i visitatori che Napoleone Bonaparte nel 1796 venne qui in visita e disse “voi Toscani state attenti a non dichiararmi guerra, altrimenti vi porto via la Venere”.

I Francesi in realtà riuscirono con un colpo di mano a portare via la Venere, che venne propagandata come l’eroina francese della Rivoluzione, la Marianne.

Nel frattempo era stata fatta una copia dal Canova, la Venere Italica.

Con la caduta di Napoleone ed il Congresso di Vienna, la Venere fu riportata qui a Firenze.

Quando i Turchi, che all’epoca governavano la Grecia, trovarono una Venere nell’isola di Milo, i Francesi la comprarono e la portarono al Louvre.

Andiamo a vedere il “BATTESIMO DI CRISTO” di Andrea del Verrocchio, che però porta un intervento di Leonardo da Vinci, all’epoca discepolo del Verrocchio e che ha realizzato l’angioletto di profilo.

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Vasari ci dice che il Verrocchio, dopo aver visto l’intervento di Leonardo, abbia affermato che non avrebbe più dipinto.

Molti intravedono la mano di Leonardo sullo sfondo, nell’idea di creare le profondità con venature di colore.

Guardiamo un’opera giovanile di LeonardoL’ANNUNCIAZIONE”, dove l’Annunciazione avviene non nella camera da letto della Madonna, secondo l’iconografia del tempo, ma all’esterno, in un giardino dove vediamo riproduzioni fedeli di fiori e piante dell’epoca ed abbiamo la Madonna nell’atto della lettura, con il libro poggiato su un altare di marmo.

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Il paesaggio viene allungato con la tecnica delle venature di colore.

Vi sono delle sproporzioni, soprattutto nella Madonna. Le gambe erano troppo grosse, il braccio troppo allungato, l’idea è che non fosse stato creato per essere visto frontalmente, ma affisso su una parete laterale.

Ancora di Leonardo troviamo “L’ADORAZIONE DEI RE MAGI”, reduce da un lungo restauro.

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Venne commissionata a Leonardo dai monaci di un convento, demolito in occasione dell’assedio cinquecentesco di Firenze.

Quest’opera non venne mai portata a termine da Leonardo e quindi non venne considerata tra le opere del Maestro, anzi venne coperta da uno strato di vernice marrone per creare un monocromo.

Il recente restauro ha riportato fuori dei dettagli che ci richiamano al modo di lavorare di Leonardo, si possono vedere dei cambiamenti dovuti a ripensamenti dell’autore, ci sono personaggi che sono un enigma, come i cavalieri o come quello a destro che guarda fuori, quasi ad invitare qualcun altro.

Dietro c’è un edificio in rovina, alcuni pensano sia il Palazzo di David, altri vedono la fine del mondo classico, del paganesimo.

Guardiamo un’opera del grande Raffaello “I RITRATTI DI AGNOLO E MADDALENA DONI”.

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A sinistra abbiamo Agnolo Doni, esponente di una ricca famiglia mercantile, ed a destra la moglie Maddalena, appartenente alla nobile e ricchissima famiglia degli Strozzi. La coppia per celebrare questa unione ingaggia Raffaello.

Raffaello studia Leonardo, le sue opere, il modo di ritrarre che introduce un nuovo canone ritrattistico, pensiamo alla Gioconda, che non è frontale, ma semi laterale con le mani in evidenza.

Come da consuetudine del tempo, la coppia portava una notevole differenza di età, Agnolo aveva 30 anni e la moglie 15.

L’opera ci dà informazioni su come vestivano, il corpetto, la camicia trasparente e le maniche damascate preziosissime, i gioielli, gli anelli portati sulla falange centrale.

I due quadri facevano parte di un dittico e come per il dittico di Federico da Montefeltro e Battista Sforza, c’è una parte dietro monocromo.

“TONDO DONI” di Michelangelo venne commissionato a Michelangelo da Agnolo Doni.

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E’ un tondo per la devozione familiare, quindi non destinato ad essere esposto in una chiesa, ma per decorare una camera da letto.

La Madonna ha i capelli corti, è una donna muscolosa, che afferra questo bambino, che le viene consegnato da colui che per alcuni è San Giuseppe e per altri è il Signore.

La Madonna si fa veicolo per procreare il figlio di Dio e creare una nuova Era, delimitata da un muro basso oltre il quale c’è questa umanità nuda, che secondo alcuni rappresenta il mondo pagano, per altri, invece, è un riferimento agli innumerevoli aborti, che la povera Maddalena aveva subito.

Il bambino che guarda sorridente è un piccolo Giovanni Battista.

La cornice è quella originale disegnata da Michelangelo, che venne sostituita nel Seicento e ripristinata nell’Ottocento.

Agnolo Doni, nonostante fosse ricchissimo, era un po’ corto di braccia. Il prezzo pattuito era di 70 ducati, poi, giunto il momento di pagare Michelangelo, Agnolo gliene offrì la metà. Michelangelo, che non le mandava a dire, gli disse che il quadro sarebbe rimasto nella sua bottega. Così, Agnolo Doni, che ci aveva tentato, gliene rioffrì 70, ma a quel punto Michelangelo ne chiese 140 ed Agnolo dovette cedere.

Soffermiamoci su un’altra opera di Raffaello, la “MADONNA DEL CARDELLINO”, ovvero la Madonna col Bambino e San Giovannino.

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La Madonna è assorta nella lettura e Giovannino gioca con il Bambin Gesù, mostrandogli l’uccellino, che però ha il petto rosso, segno della passione; quindi, nel colore rosso è insito il messaggio della fine di Gesù.

Questa tela subì i danni del crollo della casa in cui stava, lo trovarono diviso in 18 brandelli, che furono ricomposti.

Usciamo fuori verso la Galleria e troviamo la copia del LAOCOONTE dei Musei Vaticani.

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Quando nel 1500 si sparse la voce che era stata ritrovata questa statua, il Papa chiamò Michelangelo ed il Sangallo affinché riconoscessero il Laocoonte, così fu portato nelle collezioni Vaticane.

Questa copia fu fatta come regalo per Francesco I di Francia, ma, morto Leone X, questa copia è confluita nelle Collezioni Medicee.

Il Laocoonte si riferisce all’episodio narrato da Virgilio nell’Eneide, quando i Greci tolgono l’assedio a Troia, lasciando solo il famoso cavallo di legno.

I troiani volevano portarlo dentro, ma Laocoonte non era d’accordo e disse di temere i Greci soprattutto nel momento in cui facevano i regali. Fu così che Minerva inviò due serpenti marini per ucciderlo ed i troiani pensarono che, essendo lui sacerdote di Apollo, fosse stato la stessa divinità a castigarlo per aver detto una cosa non vera.

Quest’opera ha influenzato moltissimo l’arte e la scultura italiana.

Osserviamo vicino il PORCELLINO, che ci riporta alla Fontana del Porcellino nella Loggia del Mercato Nuovo, che non è altro che una copia di un originale greco, fatta da Tacca nel Seicento.

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Nel 1998 l’opera di Tacca è stata messa in un museo e c’è una copia moderna nella Loggia, ma tutto origina da questo porcellino, che fu trovato per caso a Roma nel quartiere Esquilino e che per il suo sguardo il Vasari lo definì un porco-cinghiale in atto di sospetto.

Attualmente, la tradizione vuole che toccare il naso del porcellino nella Loggia porti fortuna ed il rito è il seguente: mettergli una moneta in bocca e farla cadere, se passa la grata sottostante e va giù, avrai fortuna.

Anche Andersen cita il porcellino durante uno dei suoi viaggi nei primi dell’Ottocento e racconta del muso lucido del porcellino, perché i ragazzini si abbeveravano all’acqua che fuoriusciva dal muso.

Andiamo giù, soffermandoci nella stanza dove vi sono i RITRATTI DEI MEDICI.

Il primo ritratto che si vede è ALESSANDRO DE MEDICI, eseguito dal Vasari e nello sfondo vi è Firenze. Alessandro era il protettore di Vasari e doveva essere lui il successore dei Medici, ma venne ucciso da suo cugino Lorenzaccio.

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Alessandro era detto il Moro per la pelle più scura, era infatti il figlio illegittimo di Lorenzo de Medici, duca di Urbino, nato da una relazione con una schiava etiope.

Abbiamo poi COSIMO IL VECCHIO, ad opera di Pontormo, poi LORENZO IL MAGNIFICO e poi COSIMO I, con cui iniziano gli Uffizi.

Tra i vari ritratti spicca quello di ELEONORA DI TOLEDO con il suo meraviglioso abito.

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Era la figlia del Viceré spagnolo di Napoli, il matrimonio con Cosimo I fu decisamente combinato, in quanto Cosimo I comprese che la Toscana aveva bisogno di una flotta e quella con Napoli era un’unione strategica. Tuttavia, il matrimonio si tramutò in un connubio felice da cui nacquero 11 figli.

Il vestito vuole essere una promozione dei tessuti fiorentini, ma la foggia, tipicamente spagnola, era un omaggio alla sua terra.

Guardiamo “LA VENERE DI URBINO” DI TIZIANO, che ritrae una giovane donna nuda su questo letto disfatto di un palazzo aristocratico.

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Abbiamo il cagnolino e due domestiche che frugano nel cassone. Lei fissa negli occhi il pubblico, ma si copre le nudità con la mano ed ha un mazzo di fiori nell’altra, simbolo di costanza in amore come il cagnolino sta ad indicare la fedeltà, lei che si concede solo al suo sposo.

Guidubaldo II della Rovere aveva acquistato il dipinto direttamente da Tiziano per il suo Palazzo di Urbino e poi giunse a Firenze con Vittoria della Rovere, moglie del Granduca Ferdinando II.

Passiamo per un nuovo settore degli Uffizi, dove troviamo il “VASO MEDICI”, scolpito ad Atene nel I secolo a.C. e facente parte della collezione di Villa Medici a Roma.

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Per ciò che riguarda il soggetto rappresentato dal fregio, vi sono i re greci riuniti a Delfi prima della guerra di Troia ed il personaggio femminile inizialmente si riteneva fosse Ifigenia, sacrificata dal padre affinché gli Dei potessero mandare venti propizi per favorire la spedizione, ma la critica più recente tende ad interpretare questa donna non come Ifigenia, ma come Cassandra.

Le foglie di acanto erano d’oro e volevano dare l’idea che c’era una nuova era d’oro per l’umanità, che coinciderà con Augusto.

I crateri erano usati per mischiare l’acqua con il vino, ma nel I secolo non avevano più la funzione per cui era stati creati ed erano diventati ornamentali.

Queste opere d’arte greche erano molto richieste in Italia ed una volta comprati gli originali, sfornavano le copie per soddisfare la grande richiesta.

Andiamo a vedere i capolavori di Caravaggio.

C’è un aneddoto romano dell’atelier di Caravaggio, un suo collega gli chiese quali fossero i suoi modelli e lui, scoprendo la tenda e puntando il dito sulla gente per strada, disse che quelli erano i suoi modelli.

Analizziamo la “MEDUSA” o GORGONE di Caravaggio.

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Sin dall’epoca classica la Medusa ornava gli studi dei guerrieri.

Secondo la leggenda, bastava guardare la Medusa per essere trasformati in pietra, quindi quando viene commissionata questa rotella, ovvero uno scudo ornamentale per le parate, Caravaggio usa questo tema forte.

Pare che Caravaggio avesse visto di persona molte esecuzioni capitali ed avesse voluto trasmettere il terrore di Medusa, ritratta con questi occhi sbarrati e con questa folta capigliatura di serpi, molto comuni nell’Italia centrale.

Guardiamo “BACCO” di Caravaggio, per cui pare che l’artista avesse fatto vestire dei figuranti, persone che trovava nelle taverne e che poi vestisse con abiti di scena. Chiudendo poi le finestre del laboratorio, ricreava gli ambienti e gli effetti di luce che ritroviamo nei suoi dipinti.

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Qui è un Bacco antico, unisex, ha un vino appena versato nel calice e te ne rendi conto dall’onda e dalle bollicine, il cesto di frutta in primo piano presenta anche della frutta marcia, il messaggio è quello di godersi velocemente i piaceri della vita e che tutto può appassire come questa frutta.

Caravaggio era affascinato dai volumi in vetro, il bicchiere, il fiasco. La sua bravura non era soltanto nella ritrattistica, ma anche nelle nature morte, si cui fu uno dei primi grandi artisti.

Questo è stato solo un assaggio della Galleria degli Uffizi e delle opere straordinarie in essa contenute e che vi faranno trascorrere delle ore circondati dalla bellezza assoluta e senza tempo, quella che sopravvivrà a tutti ed a tutto.

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GALLERIA DEGLI UFFIZI: L’IMPERDIBILE PRIMA GALLERIA D’ARTE DEL MONDO