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Trastevere: l’iconico cuore medievale e bohémien di Roma

Trastevere: l’iconico cuore medievale e bohémien di Roma

C’è un quartiere nel cuore della capitale dove il tempo sembra essersi fermato al Medioevo, un luogo fatto di vicoli stretti, dove le rampicanti si innalzano a velare le mura.

Trastevere: l’iconico cuore medievale e bohémien di Roma

Se alzi lo sguardo, vedrai finestre centellinate oppure guelfe e panni stesi come un tempo; se lo abbassi, incrocerai macchine di un’altra epoca parcheggiate tra antiche osterie, che si tramandano di generazione in generazione ad ergere alto il vessillo della romanità più pura.

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Qui c’è la Madonna più fashion del mondo, ci sono un bel pò di fantasmi famosi e c’è anche la casetta gialla di Lucio Dalla!

Sei a Trastevere, uno dei quartieri più amati ed iconici del mondo ed è a Roma!

Scegli un pomeriggio di sole per vedere Trastevere, uno dei quartieri più simbolici e caratteristici della città, ma non avere fretta, scoprirai che qui la notte è giovane.

Da sempre Trastevere è una dei luoghi privilegiati della movida romana, è il quartiere dei caffè, delle vinerie e dei locali caratteristici dai nomi evocativi della pietanza, come “Tonnarello” o del come verrai apostrofato, il mitico “Cencio La Parolaccia”.

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E’ quasi superfluo dire che Trastevere era già un rione vivo e popolatissimo ai tempi dell’antica Roma, abitato da commercianti, militari, immigrati, e che alla fondazione di Roma era territorio degli Etruschi di Veio.

Da un censimento del III secolo d.C. risulta che a Trastevere vi fossero 4000 isolati e ben 100 panettieri, cosa che ci fa ben intendere quanto fosse abitata.

La parola Trastevere deriva da Trans Tiberim, ad indicare che si estendeva al di là del fiume Tevere e rientrava nella Regio XIV.

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Fino al II secolo d. C., Trastevere non era inclusa nel Pomerio, il confine di Roma, vi rientrò quando Aureliano costruì la cinta muraria anche da questo lato del fiume.

Le attuali Via della Lungaretta e Via della Lungarina facevano parte dell’antica Via Aurelia, risalente al VII secolo a.C., utilizzata come collegamento tra l’Etruria e Roma e che terminava all’altezza del più antico ponte della città, Ponte Sublicio.

Il rione di Trastevere ha uno stemma araldico: una testa di leone in campo rosso.

Perché questo stemma?

Nel 1400 c’era un leone, che viveva alle pendici del Campidoglio. Un giorno sbranò un giovane, che gli si era accostato troppo, e fu così che la belva venne uccisa.

Le spoglie del leone vennero donate al capo del Rione Ripa, di cui Trastevere era inizialmente parte, e che li mise nel suo giardino. Quando ci fu la separazione di Ripa da Trastevere, quest’ultima prese come emblema araldico la testa del leone.

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Partiamo da PIAZZA IN PISCINULA, per un primo assaggio di Medioevo romano in una piazza che nel VI secolo d.C. aveva una domus appartenente alla famiglia degli Anicii, una gens senatoria con cui era imparentato San Benedetto da Norcia.

E’ questo il motivo per cui abbiamo la CHIESA DI SAN BENEDETTO IN PISCINULA, che sorge sull’antica domus, in cui risiedette per un periodo San Benedetto, proprio quando ricevette la visione della Vergine, che gli comandava di formare un ordine.

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E’ detta in Piscinula, poiché la domus aveva impianti termali, di cui ricordiamo che Roma era ricchissima in passato.

Nonostante una facciata ottocentesca, all’interno presenta un pavimento cosmatesco, c’è una celletta in cui il Santo dormiva ed ha il campanile più piccolo di Roma con la campana più antica funzionante, risalente al 1069.

Nella piazza si può notare il PALAZZO MATTEI, tra le famiglie più ricche e nobili di Roma, che avevano proprietà ovunque, ricordiamo i tre Palazzi Mattei a ridosso del Ghetto, c’era Villa Celimontana, Casetta Mattei, i granai alle pendici del Campidoglio.

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Guardando il complesso, si possono notare elementi prelevati da edifici di spoglio, come le colonne in granito ed i capitelli ionici, le finestre centinate, quelle a croce guelfa e la loggia originale.

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All’interno di questo edificio nel 1870 vi era la Locanda della Sciacquetta, gestito da una locandiera piuttosto prodiga di servigi.

Prendiamo Via della Lungaretta e giriamo a Via della Luce, passando davanti alla CHIESA DI SANTA MARIA DELLA LUCE, costruita sopra una precedente chiesa, chiamata Santa Maria in Corte, poiché qui dietro esisteva nell’antichità la settima Coorte, ovvero la settima delle quattordici caserme dei Vigili del Fuoco di Roma.

La chiesa cambiò il nome a seguito di un miracolo avvenuto nel Medioevo, quando un cieco, che stava per cadere in una voragine, vide la Madonna, che con un raggio di luce lo aiutò ad evitare il pericolo.

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Prima di giungere davanti ai resti della settima Coorte, svoltiamo a Vicolo del Buco dove al numero 7 c’è la CASA GIALLA in cui visse LUCIO DALLA,  una dimora frequentata dai suoi migliori amici, come Antonello Venditti e Francesco De Gregori, ed in cui scrisse molti dei suoi successi.

C’è una targa  che lo ricorda  e recita “E’ la notte dei miracoli fai attenzione qualcuno nei vicoli di Roma ha scritto una canzone” – Dalla 1980.

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Arriviamo a Via Monte Fiore, dove possiamo vedere i ritrovamenti della SETTIMA COORTE, che aveva 5 piani di altezza e vi erano 160 Vigili del Fuoco. I Vigili del Fuoco non erano soldati, erano Liberti o stranieri che professavano il servizio presso i Vigili del Fuoco.

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Era un mestiere pericoloso, si gettavano sul fuoco con le coperte di lana bagnate, le centones, ma era un mestiere ambito per tutti coloro che adivano alla cittadinanza di Roma, che ottenevano dopo 6 anni di servizio, termini ridotti poi a 3 anni.

Arriviamo a VIALE TRASTEVERE e ci fermiamo a Piazza Gioacchino Belli ad angolo con il Lungotevere.

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Campeggia la STATUA DI GIOACCHINO BELLI, il grande poeta romano ottocentesco, che ha fatto assurgere il dialetto di Roma a lingua letteraria.

Viene rappresentato mentre con il suo bastone da passeggio si appoggia elegantemente alla balaustra di Ponte 4 capi, ovvero il ponte che collega l’altro lato dell’Isola Tiberina al Ghetto, chiamato anche Ponte Fabricio, dal suo costruttore, ma conosciuto anche come ponte dei Giudei.

Gioacchino Belli ci ha lasciato 2269 sonetti in lingua romanesca, che lo stesso autore voleva fossero distrutti, ma che il figlio salvò e fece pubblicare.

Belli era un aristocratico, che faceva oggetto dei suoi sonetti il popolo, al contrario di Trilussa, il cui oggetto della sua satira era l’alta società, i gerarchi fascisti.

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I sonetti del Belli costituiscono un patrimonio del romanesco, che evidenzia un’evoluzione ed un cambiamento della lingua. Nelle sue antiche forme, il romanesco può essere ancora riscontrato nel ghetto.

Il dialetto di Roma non è un vero proprio dialetto, ma è una parlata dell’italiano con varianti fonetiche, come, ad esempio, l’indebolimento della lettera “r”, si dice a Roma che “tera, chitara e guera se scrivono con due ere si no è erore”.

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A Viale Trastevere possiamo ammirare la BASILICA DI SAN CRISOGONO, la cui entrata si trova a Piazza Sydney Sonnino, mirabile il campanile romanico del XII secolo.

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La primissima costruzione risale al IV secolo d.C., in piena epoca paleocristiana, laddove sorgevano edifici di epoca romana. Viene ricostruita nel 1100 ed ancora nel 1626 per volere del cardinale Scipione Borghese- Caffarelli, il famoso nipote di Papa V, nonché colui a cui si deve Villa Borghese.

Sulla facciata di Viale Trastevere sopra il porticato si possono vedere i draghi e l’aquila dello stemma Borghese.

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L’interno della Basilica è di stile romanico, con 3 navate separate da 22 colonne, 11 a destra ed 11 a sinistra, provenienti dalla Naumachia di Cesare a Trastevere, sono una diversa dall’altra. Il pavimento è una magnifica opera cosmatesca, che risale al XII secolo.

Viene custodita una reliquia di San Crisogono, il cranio, e nella cappella del Nazareno c’è la reliquia di San Giovanni de Mata.

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Per molto tempo qui ci fu la statua della Madonna dei Noantri o della Fiumarola, custodita nella Cappella del SS. Sacramento di Bernini, dove “Noantri” indicava “noi altri”, ossia i trasteverini, rispetto a tutto il resto di Roma.

La statua in legno venne ritrovata dopo una tempesta presso la foce del Tevere da alcuni marinai corsi, che vivevano proprio a Trastevere nel Medioevo.

A ricordo di questa miracolosa apparizione, la statua al centro della venerazione dei trasteverini viene portata in processione per le vie di Trastevere a luglio di ogni anno ed ora si trova nell’antistante CHIESA DI SANT’AGATA.

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Una curiosità: c’è un connubio consolidato tra l’alta moda e la Madonna dei Noantri.  Durante la processione, è probabilmente la Madonna più chic che si possa vedere sfilare per le strade del mondo, viene, infatti, addobbata ogni anno con preziose creazioni di grandi brand dell’haute couture.

Nei sotterranei di San Crisogono è possibile vedere la Basilica Paleocristiana, a navata unica, in cui si trovano affreschi dell’VIII secolo e sotto l’antica cripta c’era la raffigurazione dei Santi Crisogono, Lufino ed Anastasia. Lungo la navata destra vi sono le storie della vita di San Benedetto e San Pantaleone.

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Continuiamo per via della Lungaretta, chiamata così nel 1500 per distinguerla dalla più importante Via della Lungara, che fu aperta da Giulio II per collegare il Campo Marzio con il Vaticano, che era la nuova zona di influenza.

Su via della Lungaretta al numero 97 si incontra una targa, su cui praticamente non soffermeresti mai lo sguardo, e che ricorda Giuditta Tavani Arquati.

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Perché la si ricorda?

Giuditta è il simbolo della lotta rivoluzionaria a Roma.

Proviamo solo ad immaginare che era una donna, viveva nell’800 nella Roma papale ed era repubblicana, con idee democratiche ed era pure partita con i Garibaldini alla volta di Venezia.

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Qui a Trastevere, proprio in Via della Lungaretta, 97 nella sede di un antico lanificio, i congiurati nascondevano le proprie armi e fabbricavano munizioni. Una quarantina di loro decidono di riunirsi qui per organizzare l’insurrezione, ma le truppe pontificie, a seguito di una spiata, irrompono ed uccidono dodici persone, tra cui Giuditta, il marito ed il figlio di dodici anni.

Arriviamo a PIAZZA DI SANTA MARIA IN TRASTEVERE, una piazza regolare delimitata dalla BASILICA DI SANTA MARIA IN TRASTEVERE, da Palazzo di San Callisto e dal Palazzo Cavalieri Ossoli.

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La primitiva Basilica di Santa Maria in Trastevere era chiamata Titulus Calixti.

Sorgeva nel luogo in cui Papa Callisto fu martirizzato, pare però che fu vittima di lotte tra fazioni che sostenevano Papi diversi e non di un martirio.

Callisto era un ex schiavo, senza istruzione alcuna, nemmeno teologica, e che riuscì ad essere eletto Papa, risultando vittorioso contro Ippolito, il teologo chiamato l’antipapa, che fece uno scisma.

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Questo provocò delle lotte cruente tra i vari sostenitori dei due personaggi, che giunsero all’assassinio barbaro di Callisto, che venne gettato nel pozzo di casa sua con una pietra al collo.

L’Imperatore Alessandro Severo donò nel 227 d.C. ai cristiani l’antico edificio della Taberna Meritoria, specie di osteria per militari in pensione gestito dagli Orti di Trastevere, affinché fosse eretta la Basilica, che viene considerata la più antica chiesa di Roma aperta al culto cristiano.

Secondo un’altra leggenda, dal pavimento della Taberna nel 38 a.C. era sgorgato olio miracoloso, vi è ancora una lapide che ricorda la Fons Olei.

La Basilica verrà dedicata poi alla Vergine Maria, solo dopo il ritrovamento di un’icona, che attualmente sta sul fondo della navata sinistra. Venne ritenuta miracolosa, poiché in un anno di siccità e carestia profonda, la Madonna, invocata dal popolo, fece piovere.

Non si può non rimanere incantati dalla bellissima Basilica, la cui facciata con portico è opera di Carlo Fontana e risale al 1702. Il portico è sormontato da una balaustra con le sculture di 4 Papi, San Giulio, che consacrò la Basilica, San Callisto, San Cornelio e San Calepodio. Sono i primi Papi della storia della Chiesa.

La facciata medievale è quella retrostante il portico.

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Il campanile risale al XII secolo con un mosaico raffigurante la Vergine con Bambino, mentre il grande orologio è stato apposto nel 1800.

Soffermiamoci sul meraviglioso mosaico di Pietro Cavallini, che rappresenta “Maria in trono con Bambino”, con l’immagine della Vergine che allatta Gesù, contornata da 10 figure femminili, 8 con la lampada accesa e 2 con la lampada spenta, aggiunte successivamente.

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Si dice che le 10 figure femminile siano la rappresentazione della parabola delle 10 Vergini stolte, anche se le lampade accese sarebbero dovute essere 5 e non 8. Vi sono stati molti restauri ed è possibile che siano state modificate le lampade.

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All’interno della Basilica, c’è un pavimento cosmatesco, che però è stato rifatto da Pio IX, ci sono le magnifiche colonne derivanti dalle Terme di Caracalla e poi il ciclo delle Storie della Vergine di Pietro Cavallini nella curva absidale e nei sei riquadri, che si concludono con l’Assunzione della Vergine.

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Nella curva absidale, c’è Maria in trono con Gesù e le figure di San Pietro, San Paolo e Papa Innocenzo II, che ha proposto la ricostruzione della Basilica nel 1143.

Ritornati fuori nella Piazza, volgiamo lo sguardo verso gli altri edifici.

PALAZZO SAN CALLISTO è un edificio dedicato a Callisto Papa, che muore sotto Alessandro Severo nel 222 d.C.

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Si erge su quella che era la casa di San Callisto, ma è un palazzo barocco, la cui facciata ricorda quella di Palazzo Farnese con il bugnato e la loggia sormontante. Nel cortile interno del Palazzo c’è il pozzo in cui venne gettato Papa Callisto.

PALAZZO CAVALIERI OSSOLI era la sede di un’Istituzione gestita da suore, che accoglievano le ragazze uscite dalla prigione di San Michele, insegnando loro un mestiere, proprio per potersi poi trovare un lavoro e vivere senza delinguere.

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Una curiosità: Palazzo Cavalieri è appartenuto anche al conte Monaldo Leopardi, il padre del grande Giacomo.

Nella piazza vi è un’antica farmacia, dove nel 1824 avvenne un fatto di sangue. Due carbonari decisero di uccidere un adepto, considerato una spia. Lo attirarono davanti alla farmacia e poi lo portarono nel vicino vicolo del Moro per accoltellarlo. Il malcapitato non morì sul colpo ed intervennero i gendarmi a soccorrerlo, mentre il carbonaro, che lo aveva accoltellato, si era dato alla fuga. Uno dei gendarmi entrò in farmacia e trovò il complice, che di mestiere faceva il chirurgo e che si ritrovò costretto ad andare a curare il ferito, che avrebbe voluto morto!

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Anziché salvarlo, cercò di porre fine alla sua esistenza, ma i gendarmi se ne accorsero ed i due carbonari furono arrestati e giustiziati a Piazza del Popolo dal famoso boia del Papa, Mastro Titta.

Come ho avuto già modo di dire in un altro articolo, a Roma la notte ti devi guardare dai morti più che dai vivi e sembra che i fantasmi dei due carbonari appaiano di notte e che, qualora il malcapitato avesse il coraggio di fissarli negli occhi, avrebbe in cambio i numeri vincenti del Lotto.

Proseguiamo per PIAZZA SANT’APOLLONIA e guardiamo la CHIESA DI SANTA MARGHERITA.

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Prima della dedica a Santa Margherita, era la Chiesa di Sant’Apollonia, dove trovavano rifugio le “bizzoche”, ovvero donne che decidevano di ritirarsi a vita privata dopo tanti patimenti.

Tra i personaggi famosi, che terminarono qui l’esistenza, menzioniamo Margherita Luti, ovvero la bella Fornarina di Raffaello, che, alla morte del grande artista, decise di ritirarsi in questo convento. La Fornarina era proprio una giovane popolana trasteverina, di cui l’Urbinate si innamorò, mentre la osservava bagnarsi nuda nel Tevere e si innamorò delle sue labbra tumide.

La leggenda narra dice che all’anniversario della morte di Raffaello il suo corpo vaghi qui, invocando il nome dell’amato.

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Qui si ritirò anche la Contessa Lorenza Seraphina Feliciani, moglie del Conte di Cagliostro, il celebre falsario, divenuto alchimista e esoterista, vissuto nel 1700.

Pare che al Cagliostro si debba il motto della Rivoluzione Francese, ovvero Libertà, Uguaglianza e Fraternità.

Lorenza insieme al marito girò a lungo le corti di mezza Europa ed il Cagliostro la costrinse a divenire l’amante di nobili e ricchissimi personaggi, finché lei decise di lasciarlo per colui che era diventato l’amante ufficiale, un avvocato francese.

Il Cagliostro la denunciò e la poverina scontò 4 anni in carcere per abbandono del tetto coniugale, tanto che alla fine della pena detentiva ritirò la denuncia e riprese a peregrinare con il marito.

La sorte del Conte di Cagliostro e Lorenza cambia, quando decidono di fondare una setta Massonica, di cui furono Gran Maestro e Grande Maestra.

Lorenza impaurita va a denunciarlo al Sant’Uffizio, tanto che Cagliostro viene condannato a morte, ma avviene un fatto speciale, il Conte guarisce il Papa, che si era gravemente ammalato, ed è così che la sua pena viene commutata in carcere a vita nella Rocca di San Leo dove morirà dopo circa tre anni.

Lorenza per il dispiacere si ritirò nel convento di Sant’Apollonia. Pare che in questa Piazza vaghi il fantasma di Cagliostro in cerca della moglie. Io nelle mie sere trasteverine non l’ho mai visto, ma non sfiderei la sorte!

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Andiamo per Via del Moro, conosciuta anche come VICOLO DEL MORO, una via stretta che con la piazzetta ha una forma d’imbuto, che viene associata alla forma terminale del retto e che viene pertanto ricordata in un modo di dire romanesco molto colorito, ovvero “che te rode, ‘a piazzetta o er Vicolo der Moro?”.

Perché viene ricordato Vicolo del Moro? Per due vicende, l’assassinio di Er Più e per il “Fattaccio di Vicolo der Moro”.

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Er Più era un omone ed un famoso bullo trasteverino, che aveva proprio un piccolo esercito di seguaci. Era un giovane con un certo senso della giustizia, tanto da essere utilizzato anche dalle forze dell’ordine per sedare le risse tra i bulli vari del quartiere.

Un giorno a Via Frattina si scontrò con Er Malandrinone, un protettore di prostitute, che stava massacrando di botte una delle sue ragazze. Er Più ebbe la meglio sul malavitoso, che andò via minacciandolo e che dopo non molto ebbe la sua vendetta.

Mentre Er Più passeggiava con la moglie ed il figlio lungo Vicolo del Moro, venne accoltellato al collo da Er Sartorello, un sicario di Er Malandrinone.

Questa storia è stata trasposta cinematograficamente da Sergio Corbucci, con Adriano Celentano e Claudia Mori.

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Il “Fattaccio di Vicolo der Moro” fu un famoso dramma, interpretato a teatro da molti attori romani, tra cui il grandissimo Gigi Proietti.

Questo dramma riporta una storia realmente accaduta, di una famiglia formata da una madre rimasta vedova e dai due figli. Mentre la madre ed il figlio più grande lavoravano duramente, il piccolo aveva cominciato a frequentare un brutto giro ed a rubare in casa.

Ritiratosi una mattina presto, comincia una discussione accesa con la madre. L’altro figlio accorre in aiuto della mamma e ne scaturisce una baruffa in cui la madre viene accoltellata ed uccisa.

A Vicolo del Moro, dobbiamo soffermarci a vedere la targa dell’ANTICO CAFFE’ DEL MORO, che è la seconda targa in ferro battuto più antica di Roma per un locale pubblico e risale al 1896, al tempo della guerra in Abissinia.

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La canzona “Faccetta Nera” fu un successo clamoroso all’epoca della sua uscita nel 1935 e faceva proprio riferimento alla sconfitta di Adua. Nonostante fosse diventata popolarissima, non fu mai gradita dal regime Fascista, poiché esprimeva un concetto di promiscuità razziale non ammissibile E’ così che fu pensata “Faccetta bianca”, in difesa di questa donna italiana e bianca, lasciata dal marito per andare a combattere con i legionari.

Avviamoci verso PIAZZA TRILUSSA, che si affaccia su Ponte Sisto e sul Tevere.

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La Piazza è dedicata al grande poeta Carlo Alberto Salustri, ovvero Trilussa, che fece oggetto dei suoi taglienti sonetti le classi al potere, alti prelati, i gerarchi fascisti, tutti sotto forma di animali.

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La fontana di questa piazza inizialmente non era collocata qui, ma dall’altro lato del Tevere davanti al Palazzo dei 100 preti, un edificio progettato da Domenico Fontana, per accogliere l’altissimo numero di mendicanti, che vagavano per la città.

Ponte Sisto era un antico Ponte romano, il Ponte di Agrippa, che Agrippa costruì per collegare le due sponde del Tevere, la Regio IX con la XIV. Ricostruito successivamente da Caracalla, venne riadattato da Papa Sisto IV della Rovere per il Giubileo del 1475.

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E’ famoso per la leggenda del fantasma di Donna Olimpia Maidalchini, la famosa “Pimpaccia di Piazza Navona”, cortigiana potentissima, spregiudicata e manipolatrice, divenuta amante di suo cognato, Papa Innocenzo X Pamphilj. Quando il Papa morì, Olimpia fuggì da Roma, portando con sé tutti i beni del Papa, tanto che il Pontefice defunto rimase senza sepoltura per 3 giorni, in quanto non c’erano più soldi!

All’anniversario della sua fuga da Roma, se il cielo minaccia tempesta, appare una carrozza trainata da cavalli senza testa, condotta da Olimpia, inseguita da una schiera di diavoli, ma lei si inabissa nel Tevere proprio qui a Ponte Sisto e si salva!

Lasciamo Trastevere proprio qui a Ponte Sisto, con la visione romantica del biondo Tevere e con la leggenda inquietante di una donna tanto potente quanto affascinante.

Ti aspetto al prossimo racconto.

Maria Pia Maghernino

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