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Musei Vaticani Parte II: un meraviglioso scrigno di capolavori mondiali

Musei Vaticani Parte II: un meraviglioso scrigno di capolavori mondiali

Nella Parte I di questo viaggio nei Musei Vaticani ho introdotto brevemente lo Stato della Città del Vaticano, il più piccolo del mondo, ma con un numero infinito di ricchezze dal valore inestimabile e dalla bellezza senza tempo.
Musei Vaticani Parte II: un meraviglioso scrigno di capolavori mondiali
I Musei Vaticani cominciano per volontà di un Papa gigantesco, Giulio II della Rovere, che decide di collocare qui una piccola collezione d’arte aperta a tutti, che verrà poi arricchita nei secoli dagli altri Papi, che daranno vita a quelli che noi a ragion veduta chiamiamo al plurale, i Musei Vaticani.
Musei Vaticani Parte II: un meraviglioso scrigno di capolavori mondiali
Giulio II è soprattutto colui che ha commissionato a due geni assoluti dell’Arte, il trentatreenne Michelangelo Buonarroti da Firenze ed il venticinquenne Raffaello Sanzio da Urbino, di affrescare rispettivamente il primo il Giudizio Universale sulla volta della Cappella Sistina ed il secondo le celebri Stanze.
Ed è così che nulla fu più come prima!

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Abbiamo attraversato il Cortile della Pigna con il Belvedere, ci siamo introdotti nel Museo attraverso la Galleria Chiaramonti e le sue antichità romane, progettata da Canova.

Abbiamo proseguito ammirando opere chiave per l’Arte di Michelangelo, dalle quali trasse ispirazione, ovvero l’Apollo del Belvedere, il Laocoonte ed il Torso del Belvedere.

E poi, sarcofagi e vasi giganteschi di porfido, una statua rarissima di bronzo, abbiamo percorso la celebre Galleria degli Arazzi di scuola raffaellita, la Galleria delle Carte Geografiche del Papa scienziato, sino a giungere alla Sala dell’Immacolata Concezione.

Andiamo ora nell’Appartamento di Giulio II, che successe a Papa Borgia, noto per i suoi scandali, i cui alloggi erano al piano inferiore.

Come gesto di completo distacco dal Papa precedente, Giulio II si stabilisce al piano superiore e commissiona a Raffaello le celebri STANZE.

LE STANZE DI RAFFAELLO

 

STANZA DI COSTANTINO

 

La prima stanza che visitiamo è la STANZA DI COSTANTINO, che veniva utilizzata per le cerimonie.

In realtà è l’ultima stanza in cui Raffaello si ritrova a lavorare, poiché muore nel 1520 a soli 37 anni.

Fu Donato Bramante a presentare Raffaello al Papa, a cui affida la decorazione delle stanze e che si presenta in Vaticano a lavorare con tutta la sua bottega.

Nella stanza di Costantino viene celebrato colui che viene considerato il primo Imperatore cristiano.

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Grazie all’Editto da lui emanato, si pone fine alla persecuzione delle religioni.

Nella prima grande scena, la “VISIONE DELLA CROCE”, Costantino parla al suo esercito la sera prima della celebre battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio nel 312.

Mentre Costantino parlava ai soldati, ebbe una visione; si aprirono le nubi ed al centro vide una croce e la scritta “In hoc signo vinces”, ovvero in questo segno vincerai.

A seguito di ciò, il giorno dopo, fece aggiungere anche la croce all’insegna romana dell’aquila che portarono in combattimento, che viene rappresentata nell’altra parete.

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Nella “BATTAGLIA DI COSTANTINO CONTRO MASSENZIO”, Costantino viene raffigurato su un cavallo bianco con la corazza d’oro, i soldati hanno il vessillo con la croce e l’aquila e sulla destra in basso Massenzio sta annegando nel Tevere davanti a Ponte Milvio.

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Costantino, una volta vinto Massenzio grazie all’intervento divino, si convertì, pertanto troviamo la scena del “BATTESIMO DI COSTANTINO”, che avvenne all’interno del Battistero di San Giovanni, che proprio lui fece costruire.

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Poi vi è la  “DONAZIONE DI ROMA”, secondo cui Costantino avrebbe donato al Papa non solo il potere spirituale, ma anche quello temporale, tanto che quando fu fondato il Sacro Romano Impero, in base a questo documento gli Imperatori venivano a Roma per essere incoronati dal Papa, che dava loro il potere.

Nel 1500 lo studioso Lorenzo Valla vede questo documento e lo studia e si rende conto che però non era del IV secolo, ma risalente all’VIII secolo, creato appositamente per la fondazione del Sacro Romano Impero.

Giulio II fa rappresentare la scena della Donazione per ribadire l’importanza dei Papi, in quel periodo quella notizia del falso storico diviene di dominio pubblico e ci saranno le rivolte protestanti.

Sono affreschi successivi a Raffaello, ma recenti restauri hanno messo in evidenza che due figure provengono dalla mano di Raffaello, una è l’immagine della Giustizia, l’altra è dell’Amicizia, che ha un incarnato più livido rispetto alle altre figure, poiché Raffaello utilizza la tecnica della pittura ad olio, differente da quella dell’affresco.

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Alla sua morte gli allievi non conoscono la sua tecnica e non riescono a riprodurla, lo si vede dal dettaglio del colorito.

STANZA DI ELIODORO

 

Viene rappresentata una storia biblica, in cui Eliodoro venne mandato dal re di Siria a rubare nel Tempio di Gerusalemme le monete raccolte per gli orfani ed i poveri.

Nella “CACCIATA DI ELIODORO DAL TEMPIO”, ritroviamo la scena in cui Eliodoro ruba le monete e vi sono a destra tutti i bambini e le donne agitati per il furto.

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Nel momento in cui viene compiuto il furto, il sacerdote si inginocchia al centro dell’altare e prega Dio affinché intervenga, così vediamo Eliodoro sdraiato per terra, in quanto sono sopraggiunti un soldato con due aiutanti a bloccarlo.

In questa scena ritroviamo Giulio II con la barba ed è simpatico ricordare il perché avesse la barba.

Ad un certo punto il Papa si ritrovò a combattere contro i francesi per la riconquista della città di Ravenna, così decise di farsi crescere la barba e di tagliarla nel momento in cui avesse riconquistato la città, morì con la barba!

Giulio II viene quindi rappresentato in una scena in cui assiste a qualcuno che ruba al tempio, similitudine chiara con i francesi che avevano “rubato” Ravenna.

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Tra i personaggi che sorreggono il Papa, ci sono due che guardano verso di noi, quello con la barba è Giulio Romano, il pittore allievo di Raffaello, e l’altro è Marcantonio Raimondi, che diviene allievo di Raffaello ed era bravissimo nelle incisioni. Il terzo personaggio non si sa esattamente chi sia.

L’altra scena, la “LIBERAZIONE DI SAN PIETRO”, rappresenta Pietro in carcere con l’Angelo che illumina la cappella. Fu fortemente voluta dal Papa, che, come in quella scena, doveva squarciare il buio del periodo precedente con la luce portata da lui e creare la nuova grandezza di Roma.

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Altro grande affresco è “L’INCONTRO DI LEONE MAGNO CON ATTILA”, re degli Unni. Il Papa respinge Attila a cavallo con la forza della fede. Il re degli Unni rimane atterrito all’apparizione dagli Apostoli Pietro e Paolo.

STANZA DELLA SEGNATURA

 

La Stanza della Segnatura contiene gli affreschi più celebri di Raffaello e che costituiscono l’esordio del grande Maestro urbinate in Vaticano.

Il nome della Sala deriva dal tribunale “Segnatura Gratiae et Iustitiae”, che proprio in questa stanza soleva riunirsi presieduto dal Pontefice.

Giulio II trasforma questa stanza in studio privato ed è il motivo della presenza di questi affreschi a carattere filosofico.

LA SCUOLA DI ATENE

La Scuola di Atene è il capolavoro di Raffaello, sicuramente l’opera più nota.

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In questo straordinario affresco, Raffaello celebra la Filosofia e la sapienza classica, le cui due figure principali sono Platone ed Aristotele.

Platone ha il volto di Leonardo Da Vinci, il maestro di Raffaello, e viene raffigurato con la mano sinistra che porta il Timeo ed il braccio destro alzato con il dito puntato verso il cielo, ad indicare il mondo delle idee.

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Aristotele ha il volto di Bastiano da Sangallo, l’amico pittore ed architetto fiorentino detto “Aristotile” proprio per il suo aspetto pensieroso, con la mano sinistra sorregge l’Etica e porta il braccio in avanti con il palmo verso il basso, il mondo terreno.

Raffaello nella Scuola di Atene omaggia gli artisti, che lui stesso conosce, ed è così che oltre a Leonardo ed a Bastiano da Sangallo si possono scorgere altri personaggi noti.

Al centro Eraclito viene rappresentato nel suo essere meditativo, è in pensiero, intento a scrivere, seduto davanti sulla scalinata, ma occorre notare il dettaglio degli stivali, che ci fanno comprendere che Eraclito fosse in realtà Michelangelo.

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Nel disegno preparatorio della Scuola d’Atene conservato a Milano, quella figura non c’è.  Raffaello l’ha aggiunta, in quanto Bramante aveva le chiavi della Cappella Sistina ed ogni tanto di notte apriva la Cappella e Raffaelo vi entrava per vedere le opere di Michelangelo. Quindi, inevitabilmente Raffaello guarda a Michelangelo, lo ritiene il suo Maestro e, nonostante i due litigassero, Raffaello lo riconosceva tale.

Mette il dettaglio degli stivali, perché pare che Michelangelo non se li togliesse mai e che questi stivali fossero di pelle di cane.

Nel gruppo di sinistra, vi è un uomo che legge, è Pitagora, sopra di lui, vestito di bianco, c’è Francesco Maria della Rovere, il nipote del Papa, nonché committente dell’opera.

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Nel gruppo di destra, vi è Bramante, che viene rappresentato come Euclide mentre disegna su di una lavagnetta delle figure geometriche, dietro scorgiamo con la barba ed un globo di acqua in mano Zoroastro, conosciuto meglio come Zarathustra, che ha il volto di Baldassarre Castiglione, autore de Il Cortigiano, qui è a colloquio proprio con Raffaello, sotto forma di Apelle con il cappello nero e che guarda verso di noi.

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DISPUTA DEL SANTISSIMO SACRAMENTO

Di fronte alla Scuola di Atene abbiamo la scena della Disputa del Santissimo Sacramento, il primo affresco di Raffaello nelle stanze di Giulio II.

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Pare che il titolo dell’opera fosse “Il Trionfo della Chiesa”, ma che il nome giunto sino a noi fu dovuto ad un’interpretazione non corretta di alcuni passi del Vasari.

Il centro focale è l’ostia, legame tra cielo e terra, nella parte superiore il trionfo della Chiesa: al centro c’è Cristo con ai lati la Madonna e San Giovanni Battista circondati da Santi, sopra di lui il Signore benedicente.

Nella parte inferiore dell’affresco c’è la Chiesa militante, con i Padri della Chiesa, a destra scorgiamo chiarissima la figura di Dante Alighieri e davanti al Sommo Poeta viene ritratto Papa Sisto IV, lo zio di Giulio II

STANZA DELL’INCENDIO DI BORGO

L’affresco più importante e che dà il nome alla stanza è L’INCENDIO DI BORGO.

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Secondo un passo contenuto nel Liber Pontificalis, il Papa Leone IV affacciandosi dal quadriportico della vecchia Basilica Costantiniana, con un gesto di benedizione riuscì a spegnere l’incendio scoppiato nel quartiere di Borgo.

Nonostante l’incendio fosse avvenuto a Roma, Raffaello raffigura la città di Troia con la rappresentazione di Enea che fugge da Troia con il padre Anchise ed il figlio Ascanio.

In queste scene artisticamente non si distingue più Michelangelo e Raffaello, questo perché Raffaello copierà Michelangelo e quest’ultimo continuerà sempre a dirlo, anche dopo la morte di Raffaello.

L’altro affresco rappresentato è LA BATTAGLIA DI OSTIA, dove Leone IV sconfisse i Saraceni, che erano sbarcati lì nel 849.

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Sulla parete opposta abbiamo L’INCORONAZIONE DI CARLO MAGNO, ad opera di Leone III nella notte di Natale dell’800. Carlo Magno viene raffigurato come Francesco I, si fa un chiaro riferimento al Concordato del 1515 tra il Papa ed il re di Francia.

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Prima di andare via, diamo uno sguardo al soffitto, in cui vi sono affreschi del Perugino, che Raffaello volle conservare proprio per il grande rispetto che nutriva verso il suo Maestro.

Lasciamo le Stanze di Raffaello per avviarci verso la Cappella Sistina.
Nel percorso si attraversa L’APPARTAMENTO BORGIA, che invito ad ammirare, ma su cui però non mi soffermo in questa occasione.
Lo spagnolo Rodrigo de Borja y Doms diviene Papa con il nome di Alessandro VI Borgia tra il 1492 ed il 1503, un periodo storico particolare, segnato dalla scoperta dell’America.

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Il controverso Papa fece decorare sei grandi sale, i cui affreschi furono affidati a Bernardino di Betto, pittore umbro detto PINTURICCHIO, ovvero il piccolo pintor per la sua statura minuta, considerato uno dei massimi esponenti della scuola umbra del ‘400.

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LA CAPPELLA SISTINA

 

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La Cappella Sistina fu realizzata per volere di Sisto IV della Rovere, lo zio di Giulio II, che fa ricostruire ed ingrandire quella che era una piccola cappella dentro il Palazzo Pontificio.

Quando si parla della Cappella Sistina, parliamo di una chiesa dedicata all’Assunzione della Vergine, inaugurata da Sisto IV proprio il 15 agosto 1483, il giorno dell’Assunta.

Diamo le dimensioni colossali della Cappella: una lunghezza di 40,93 metri, una larghezza di 13,41 metri e 20, 7 metri di altezza.

Pare che il Tempio di Salomone a Gerusalemme avesse le stesse proporzioni della Cappella Sistina.

Papa Sisto IV volle chiamare una squadra di diversi artisti per decorare le mura laterali, i quali decisero di rappresentare la vita di Gesù nella parete destra e la vita di Mosè nella parete sinistra.

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Decisero di fare questa decorazione nella parte mediana del muro e c’era un motivo essenziale: nella parte superiore non potevano in quanto vi erano le finestre, nella parte inferiore, invece, non vollero per preservare la decorazione dalle inondazioni del Tevere, poiché il livello della città e del fiume erano più o meno gli stessi.

I dipinti sono stati realizzati da grandi maestri come il Botticelli, il Ghirlandaio, il Corsetti, ma si ha l’impressione che siano stati dipinti dalla stessa mano poiché questo artisti lavoravano tutti sotto la supervisione di Pietro Perugino.

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Fu proprio il Perugino, il Maestro di Raffaello, a chiamare la squadra di artisti, a coordinarli, a scegliere i colori, le proporzioni e lo stile.

Poiché vi lavorarono tanti artisti diversi, si diedero delle regole, ad esempio, Mosè è vestito di oro e verde, Gesù di blu e rosso.

Non mancano degli elementi curiosi, nella scena del passaggio del Mar Rosso in cui Mosè conduce il popolo fuori dall’Egitto, con le acque che si aprono al passaggio e si richiudono subito dopo, vediamo il gruppo del Faraone con i soldati che stanno annegando, dalla parte opposta dove c’è la salvezza, abbiamo l’arcobaleno a testimoniare la presenza di Dio, ma c’è un piccolo dettaglio da notare, ovvero un cagnolino bianco. Sicuramente un particolare insolito, il cane era di proprietà dell’artista Cosimo Rosselli, che lo portava sempre dietro nel cantiere ed era così diventato la mascotte dei pittori, che lo rappresentano più volte nella Cappella Sistina.

Una delle scene più famose è opera di Botticelli, con Mosè che punisce un gruppo di ebrei che si sono ribellati alle sue regole. Mose viene aiutato da Dio, che ha creato una voragine nel pavimento e questi vengono inghiottiti negli inferi.

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Notare anche l’Arco di Trionfo, simile a quello di Costantino. Questi artisti fiorentini non li avevano mai visti questi monumenti prima di giungere a Roma, una volta venuti qui, li studiano, li riproducono ed inseriscono nelle loro opere.

L’Arco di Trionfo non risulta completato, perché l’epoca che il Botticelli racconta è quella che precede la venuta di Cristo, quindi la scena che c’è sul lato opposto è quella con gli Archi di Trionfo finiti, poiché siamo in era cristiana.

Vi è poi la celebre scena della CONSEGNA DELLE CHIAVI di Pietro Perugino, il Maestro di Raffaello. Gesù consegna una chiave d’oro e d’argento a Pietro, che rappresentano la chiave del Paradiso e quella del Purgatorio.

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Gesù ha individuato Pietro come suo successore, la prospettiva centrale è perfetta, la presenza degli Archi di Trionfo in fondo e l’edificio al centro, che secondo alcune interpretazioni sarebbe una sinagoga e quindi verrebbero lasciate sul fondo le religioni del passato, l’ebraismo, il paganesimo e davanti il cristianesimo, la nuova era.

L’ultima scena delle Storie dei Cristo è L’ULTIMA CENA  di Cosimo Rosselli, con gli Apostoli seduti dietro il tavolo ed un personaggio dalla parte opposta con il diavoletto sulla spalla, è Giuda. che diviene quindi la rappresentazione del malvagio.

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Il male viene anche rappresentato con un gatto, che combatte contro un topo di uguali dimensioni, il bene che vuole vincere sul male. Anche qui troviamo il cagnolino.

Quando il 15 Agosto 1483 viene inaugurata la Cappella Sistina, è decorata solo con questi affreschi laterali, sulla parete di fondo, dietro l’altare, non c’era ancora il Giudizio Universale di Michelangelo, ma vi era un affresco del Perugino con la Madonna che saliva in cielo ed il Papa inginocchiato davanti a lei.

LA VOLTA DELLA CAPPELLA SISTINA

Per ciò che riguarda la VOLTA DELLA CAPPELLA SISTINA, quando nacque, la volta era un cielo azzurro stellato. All’inizio del 1500, Giulio II chiede al Bramante di abbattere la vecchia chiesa della Basilica Costantiniana di San Pietro.

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Donato Bramante distrugge questa basilica in maniera così forte che il crollo provoca degli smottamenti di terreno, durante uno dei quali si crepa la volta con il cielo stellato della cappella sistina.

Così, Giulio II chiama Michelangelo Buonarroti, che all’epoca stava già lavorando alla tomba del Papa, per restaurare la volta della cappella.

Siamo nel 1508, Michelangelo era appena trentenne e non conosceva la tecnica dell’affresco, era uno scultore.

Michelangelo al principio non accetta, si sente uno scultore e la superficie della volta è di circa 900 metri quadrati, così se ne va da Roma.

Il Papa lo va a riprendere a Bologna, lo convince ed alla fine Michelangelo cede all’insistenza di Giulio II, ma in cambio gli chiede carta bianca.

Michelangelo decide di suddividere la superficie in tanti rettangoli e quadrati, utilizzando delle cornici, in modo da creare tanti piccoli dipinti messi insieme, ma non un unico grande dipinto.

Michelangelo inizia a lavorarci nel maggio del 1508 e termina il 31 ottobre del 1512, poco più di 4 anni per realizzare questo capolavoro da solo, a 20 metri d’altezza con aiutanti che ogni tre mesi circa licenziava, perché non voleva che qualcuno osasse dire di aver lavorato con lui alla Cappella Sistina.

Alla fine dei lavori scrisse al Papa di volere essere pagato di più, in quanto lavorare in quella posizione gli aveva procurato danni alla schiena, ma il Papa non ne voleva sapere.

Decide di rappresentare la GENESI DELL’UMANITA’, il Signore che divide la luce dalle tenebre, crea il sole e la luna.

Il pannello più famoso è la CREAZIONE DI ADAMO, con l’immagine delle dita che si sfiorano, ma solamente questo particolare di tutta la volta della Cappella Sistina non è più il lavoro originale di Michelangelo.

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Quando Michelangelo terminò la sua opera d’arte, i lavori in basilica stavano proseguendo ed un altro smottamento del terreno provocò il crollo delle mani del Signore e di Adamo, che poi vennero ridipinti da un altro artista, di cui non si sa il nome.

Poi, abbiamo la creazione di Eva dalle costole di Adamo ed un altro doppio pannello che rappresenta il peccato originale: Adamo ed Eva sulla sinistra prima del peccato originale sono ancora giovani, ma subito dopo il peccato originale li rappresenta vecchi.

Questo perché Michelangelo riteneva che il peccato originale, più che il tempo, invecchiasse le persone. Questo concetto lo ritroviamo anche nella Pietà dentro la Basilica in cui la Madonna è più giovane di Cristo, poiché senza peccato.

Dopo il peccato originale, si dedica al DILUVIO UNIVERSALE, questo pannello è stato il primo pannello decorato da Michelangelo, quando ancora non sapeva le giuste proporzioni da dare alle figure per poter permettere la visuale dal basso, ricordiamo che ci sono 20 metri dal pavimento al soffitto.

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Quando nel 1510 terminò questa parte e furono smontati i ponteggi, guardando dal basso, proprio come oggi lo vediamo noi, non gradì ciò che aveva fatto.

Si rese conto che tutte quelle figure non si riuscivano a vedere, diminuì il numero delle figure ed ingrandì le proporzioni ed è per questo che da lì in poi utilizzo molte meno figure all’interno di ogni pannello.

Tutto intorno ci sono profeti e sibille, i cui nomi sono scritti sotto.

 

Il Papa e Michelangelo avevano un rapporto molto conflittuale e il nostro genio non mancò con la sua arte di prendersi le sue rivincite e vediamo come.

Laddove ci sono i Profeti e le Sibille, coloro che hanno previsto la venuta di Cristo, c’è il Profeta Zaccaria, posto a 20 metri di altezza sopra la porta utilizzata dal Papa per entrare.

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Zaccaria viene rappresentato con la barba, in pratica è il ritratto di Giulio II. Michelangelo pensa bene di mettergli dietro due putti, uno dei due mette il braccio sulla spalla dell’altro e da notare che ha il pollice tra il dito indice e quello medio.

Questo gesto a Firenze era chiamato “fare le fiche”, in pratica corrisponde al nostro modernissimo dito medio!

Poniamo però l’attenzione sul profeta Gioele, perché il suo viso è un ritratto di Donato Bramante, contemporaneo di Michelangelo.

Bramante era un architetto invidioso di Michelangelo, poiché questi era capace di fare di tutto, era scultore, pittore, architetto e ricordiamo anche che era un sarto, infatti le divise delle guardie svizzere furono disegnate da Michelangelo.

Il nome Gioele in ebraico significa “colui che invidia”, come il nome Bramante vuol dire colui che brama, che desidera.

A proposito del famoso gesto delle due dita che non si toccano, pare che in realtà Michelangelo le avesse fatte che si toccavano, ma poi seguendo il suggerimento di teologi che lo accompagnavano nelle scelte, decise di allontanare le dita e non farle toccare, in questo modo Dio Padre lasciava ad Adamo il libero arbitrio con la volontà di avvicinarsi a lui.

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Adamo ha un corpo perfetto, monumentale. Michelangelo aveva una conoscenza precisa e meticolosa dell’anatomia umana, dovuta sia alla sezione dei cadaveri, ma anche allo studio della scultura antiche attraverso la riproduzione di opere del passato. Anche le figure femminili sono in realtà molto mascoline, poiché usava come modelli i suoi amici, che lavoravano alle cave di marmo di Carrara.

Sono le scene del sacrificio degli uomini dopo aver raggiunto la salvezza con l’Arca di Noè e poi la scena di Noè ritrovato ubriaco e nudo dai suoi figli, che lo vanno a ricoprire.

Il lavoro durò all’incirca 5 anni e lavorò completamente da solo, era giovane e senza discepoli al suo seguito. Lavorò giorno e notte e la sua ricompensa per l’opera sarebbe avvenuta solo al completamento del lavoro.

GIUDIZIO UNIVERSALE

Il 31 ottobre del 1512 Michelangelo finisce di lavorare alla volta della Cappella Sistina e vi tornerà nel 1535, dove vi resterà a lavorare fino al 1541 per realizzare un capolavoro assoluto: il Giudizio Universale.

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Sono 184 metri quadri di Arte pura e di straordinaria bellezza, realizzata da un uomo solo.

In questi 30 anni si assiste alla nascita della religione protestante, il Papa perde milioni di fedeli ed ovviamente di soldi di obolo nei loro pellegrinaggi a Roma.

Michelangelo in questi trent’anni diviene il grandissimo artista, che conosciamo.

Quando nel 1535 viene chiamato da Paolo III Farnese a decorare il muro dietro l’altare dentro la Cappella Sistina, accetta subito.

Il muro è di 500 metri e Michelangelo fece chiedere le finestre e riuscì a dare a questo muro una forma simile alle tavole dei 10 Comandamenti.

Da artista famosissimo qual era, riesce a farsi comprare dal Papa il lapislazzuli, un minerale preziosissimo che lui riduce in polvere per fare l’azzurro.

Decide di non usare più la cornice e di rappresentare il Giudizio Universale, poiché c’era un messaggio ben preciso: dietro questa rappresentazione c’è il Papa, che rivolgendosi ai fedeli cattolici, li ammonisce dal cambiare religione poiché un giorno saranno giudicati e solo loro potranno sapere se saranno tra i benedetti in paradiso o tra i dannati all’inferno.

Nel Giudizio Universale si concentra sulla figura di Cristo, molto giovane, le gambe, il viso, la torsione del torace e posizione delle braccia ci riportano immediatamente a tre grandi capolavori dell’antichità, che si possono ammirare all’interno dei Musei, ovvero l’Apollo del Belvedere, il Laocoonte ed il Torso del Belvedere.

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Gesù con il movimento delle braccia sta decidendo chi deve andare in paradiso e chi all’inferno: la mano alzata è rivolta a destra dove ci sono gli angeli, che spingono i dannati all’Inferno. C’è Caronte il traghettatore e c’è la grotta infernale, il diavolo sul fondo ad accettarli.

Accanto a Gesù c’è la Madonna, che viene rappresentata con il volto girato dall’altro lato e gli occhi chiusi, come se non volesse guardare i dannati che vanno all’inferno, la Madonna è la mamma di tutti e perdona tutti.

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I gesti di Gesù con le mani ci dicono che la mano alta è per giudicare e la mano opposta bassa per accogliere, le anime che risorgono vengono portate in alte.

Al centro abbiamo le figure degli angeli tubicini, che suonano le trombe, che devono accompagnare le anime che salgono in Paradiso. I due angeli in primo piano hanno una mano un libro, in cui sono scritti i nomi di quelli che devono andare in Paradiso e di quelli che devono andare all’Inferno.

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In alto ci sono gli angeli che sorreggono i simboli della Passione di Gesù, la Croce, la Corona dello Spirito Santo e la Colonna della Flagellazione.

Anche nel Giudizio Universale si è preso le sue soddisfazioni e si possono cogliere chiari riferimenti ai suoi detrattori.

Intorno a Gesù ad alla Madonna, ci sono tutta una serie di Santi, di cui si riconosce San Bartolomeo con la pelle in mano, fu scuoiato nelle persecuzioni cristiane. Nella sua pelle si intravede il ritratto di Michelangelo che si rappresentò vuoto nella pelle di San Bartolomeo, perché si sentiva utilizzato dalla Chiesa. Era un grande fedele, ma anche omosessuale ed era convinto di non essere considerato un buon cattolico al 100%.

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San Bartolomeo era in realtà Pietro Aretino, il poeta toscano che ne aveva per tutti ed aveva aspramente criticato Michelangelo.

In riferimento alla Divina Commedia, raffigura Minosse, il Giudice Infernale, che stava lì all’ingresso ed indicava il girone ai dannati.

Michelangelo lo rappresenta con il serpente che gli si attorciglia intorno al busto e gli va a mordere i testicoli.

Il volto è quello di un suo detrattore, Biagio da Cesena, il cerimoniere del Papa, che di tanto in tanto insieme al Papa entrava in Cappella Sistina, mentre Michelangelo era all’opera e poi si lamentava con chiunque dell’operato del Sommo Artista, accusato di disegnare tutte le figure nude e quindi non consone alla Cappella del Papa.

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Michelangelo rappresentava le figure nude, in quanto, secondo le Sacre Scritture, nel momento del Giudizio saremmo stati tutti nudi.

Quando Michelangelo lo venne a sapere, decise di rappresentarlo così. Biagio da Cesena lo vide e profondamente risentito chiese al Papa Paolo III di farlo rimuovere, ma il Papa gli rispose: “Se ti avesse messo nel Purgatorio, farei di tutto per levarti, ma nell’Inferno non posso fare nulla”.

Alla morte di Michelangelo, i Cardinali chiamarono uno dei suoi allievi, Daniele da Volterra, per andare a coprire nudità scomode.

Nonostante ciò, per nostra immensa fortuna il suo capolavoro è giunto sino a noi e possiamo ammirarlo negli splendidi Musei Vaticani, che potresti vedere e rivedere senza finire mai di stupirti, con la consapevolezza che la bellezza salverà il mondo.

Maria Pia Maghernino

LEGGI QUI LA I PARTE Musei Vaticani Parte I: un meraviglioso scrigno di capolavori mondiali

Musei Vaticani Parte II: un meraviglioso scrigno di capolavori mondiali