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Nella calda estate del 1965, i Beatles tengono uno storico concerto a Roma e quando si parla dei Fab 4, la storia diviene leggenda. Si narra che dopo la performance siano stati condotti all’iconico Piper di Via Tagliamento a Roma. Lì scoprono una fontana poco distante e vi si immergono vestiti.
E’ la Fontana delle Rane a Piazza Mincio ed i mitici 4 di Liverpool sono entrati nel quartiere più magico di Roma.

Io li immagino tra i giochi d’acqua della fontana rapiti dalla visione dei Villini delle Fate, dal Palazzo del Ragno o magari da quello di Cabiria, chiamato così proprio dall’opera di Gabriele D’Annunzio.

Chissà se abbiano mai saputo cosa rappresentasse quella fontana o cosa significassero quelle figure strane ed inquietanti, come il ragno, le rane, le api, i grifoni, la Vittoria Alata, la Minerva, il pavone, i mascheroni  o solo se abbiano mai immaginato che ogni palazzo avesse dei simboli e che andassero letti in chiave esoterica.

Di sicuro avranno compreso di essere davanti ad un capolavoro, che porta la firma di un genio dell’architettura italiana e mondiale: Gino Coppedè.

Siamo in pieno fermento Liberty, l’Art Nouveau serpeggia in tutta Europa con i suoi venti di innovazione e di cambiamento e nel panorama dell’architettura italiana emerge lui, Coppedè.

CHI E’ GINO COPPEDE’?

Gino Coppedè è un genio eclettico, un innovatore avveniristico, che creerà quello che è a tutti noto come “stile Coppedè”.

Era fiorentino, figlio d’arte, il padre era un famoso e quotato scultore ed ebanista, il fratello Adolfo era anch’egli architetto, insigne rappresentante dello stile in voga del suo tempo. Ad Adolfo ad esempio si deve il Palazzo della Borsa a Piazza De Ferrari a Genova.

Coppedè è un visionario e terminati gli studi, vuole fare qualcosa di diverso dallo stile dell’epoca, ma fatica a trovare commissioni.

La sua occasione fortunata avviene quando incontra uno scozzese naturalizzato italiano, un personaggio fuori dal comune, con cui condivide l’essere nato a Firenze, l’amore per l’arte fiorentina del Medioevo, del periodo rinascimentale e del ‘500.

Lo scozzese è Evan Mackenzie, un ricchissimo Sir, la cui famiglia si era trasferita dalla Scozia in Italia prima della sua nascita, fa l’assicuratore prima per i Lloyd’s di Londra e poi fonda lui stesso l’Alleanza Assicurazioni.

Probabilmente, fu il suocero di Coppedè a presentarlo a Mackenzie, che rimase colpito dalle idee innovative del giovane architetto e dalla sua originalità.

C’è anche chi dice che invece il loro incontro sia avvenuto in un pub e che fiumi di birra e di idee abbiano partorito un connubio geniale.

Cosa ne viene fuori quando Sir Mackenzie viene a conoscenza del fatto che Coppedè non ha lavoro? Un capolavoro! Gli commissiona non un palazzo, ma un castello! Due così non possono che pensare in grande.

Lo scozzese aveva comprato a Genova nella zona di Castelletto un terreno molto grande con un vecchio maniero. Coppedè suggerisce di non ristrutturare l’edificio preesistente, ma di farne uno nuovo più imponente.

Ed ecco che nasce il “Castello MacKenzie”, il primo grandioso progetto di un giovane Coppedè, che diventa famosissimo a livello internazionale e viene celebrato come un genio dell’architettura.

Il nome di Gino Coppedè giunge finalmente a Roma alle orecchie giuste, quelle del sindaco Ernesto Nathan, colui che verrà ricordato per aver rivoluzionato la capitale.

Il piano regolatore dell’ingegnere Sanjust di Teulada prevede l’ampliamento urbanistico della città, in una zona che all’epoca è ancora campagna e l’idea è di renderla dimora del nuovo ceto medio-borghese della capitale.

QUARTIERE COPPEDE’

Coppedè ha in mente qualcosa di grande e di assolutamente innovativo per l’epoca ed espone al sindaco le caratteristiche peculiari delle nuove abitazioni.

Cosa dovevano avere le case?

La prima caratteristica irrinunciabile per Coppedè è la presenza dei garage. In un’epoca in cui quasi nessuno possedeva una macchina, sembra una richiesta futuristica, ma Coppedè era convinto che da lì ad un secolo tutti avrebbero posseduto una macchina, previsione più che mai veritiera.

La seconda caratteristica di queste abitazioni è l’acqua corrente ed il bagno in casa, cose che a noi sembrano scontate, ma poco più di 100 anni fa non lo erano affatto. Ricordo ancora di aver visto a Roma case affittate a studenti con il bagno ricavato esternamente sul balcone.

La casa ideale per la nuova borghesia deve avere 3 camere e la vera innovazione sta nel non avere più la camera per la servitù, è un modo nuovo di concepire la famiglia moderna, in cui le persone di servizio espletano il loro compito e se ne tornano a casa loro.

E’ una rivoluzione, di cui il sindaco Nathan ne rimane totalmente estasiato e gli dà carta bianca.

Ernesto Nathan è un personaggio unico, non è solo il sindaco di Roma, lui è il Gran Maestro del Grande Oriente, ovvero della Massoneria ed in essa c’è la società che conta. Coppedè vi deve aderire!  Non ci sono documenti ufficiali di una sua adesione alla massoneria, ma di sicuro ne è un profondo conoscitore e dissemina le sue opere di simboli esoterici.

Coppedè è un artista prodigioso e la sua iconografia è qualcosa di complesso, su cui soffermarsi a riflettere.

Facciamo una prima valutazione storica, siamo nel 1915, l’unificazione d’Italia è avvenuta da pochi decenni e si tende ad enfatizzare l’idea della Patria Unita, la glorificazione dell’imponente passato italiano, vi ritroviamo infatti richiami alla Roma Imperiale, allo stile medievale, al barocco, ma anche a grandi famiglie come i Barberini con il simbolo delle api o ai gigli come riferimento a Firenze. È presente l’Art Nouveau, lo stile di cui Coppedè fu una delle massime espressioni.

Tutto ha una valenza sociale, la visione e la lettura delle sue costruzioni deve partire dal basso ed andare verso l’alto, ma l’interpretazione più studiata è quella della simbologia esoterica. Coppedè fu un massone, un grande studioso dell’esoterismo e conoscitore dei percorsi di iniziazione della massoneria, dei suoi gradi, della sua storia.

Tutti lo chiamiamo Quartiere Coppedè, ma non è propriamente un quartiere, sono 18 palazzi e 27 villini, che vengono edificati in soli 12 anni, ma Coppedè non ebbe la possibilità di vedere la conclusione dei lavori, in quanto morì nel 1927.

Gino Coppedè mette in piedi questo progetto per quella che doveva essere la sua casa e di tutti coloro che avrebbero vissuto là.

Da dove partire per visitare il quartiere Coppedè?

PALAZZO DEGLI AMBASCIATORI

Quanti romani e non, all’uscita del Piper o semplicemente percorrendo via Tagliamento, si sono realmente soffermati ad osservare il Palazzo degli Ambasciatori?

La sua bellezza è lampante e decisamente spettacolare, anche passando frettolosamente, ma quando ti avvicini e cominci a sollevare lo sguardo, rimani galvanizzato dalla sua possente ed importante iconografia.

Ciò che ho pensato guardando il Quartiere Coppedè la prima volta è che non hai bisogno di chiudere gli occhi per sognare, tanta bellezza è già di per sé un sogno.

Proprio come in una casa, secondo il suo ideatore, il Quartiere ha un suo ingresso ideale ed è il Palazzo degli Ambasciatori, una spettacolare costruzione con due torri laterali ed un arco trionfale al centro.

Partiamo dal grandioso arco trionfale, che è un richiamo alla Roma antica, ma anche il “portone d’ingresso” di questa casa ideale, tanto che Coppedè vi ha posto un lampadario in ferro battuto.

Il lampadario è un chiaro riferimento alla massoneria, che è ricerca della luce, ossia la luce della conoscenza ed è posto all’ingresso come un invito ad entrare.

Il grande lampadario venne concepito inizialmente con le candele, che dovevano essere accese e spente, tanto che nei due balconi laterali abitavano gli addetti all’accensione ed allo spegnimento del lampadario.

Con un sistema di funi il lampadario oscillava da un balcone all’altro, per permettere ai due custodi di poter espletare il lavoro.

Il sistema delle candele non dura molto ed arriva la vera rivoluzione, ovvero la corrente elettrica e Coppedè, da genio innovatore qual è, non si fa sfuggire l’occasione e fa di tutto per farla arrivare qui, anche se le case dei custodi rimangono tali.

Queste case per la loro epoca sono state fantascientifiche: sono state le prime ad avere il riscaldamento autonomo, il garage ed il citofono.

Osservando il soffitto all’interno dell’arco, troviamo tutto lo stile eclettico di Coppedè: si vedono le aquile, che ricordano Roma, i gigli che riportano a Firenze ed al Rinascimento, al centro lo stemma che ricorda il barocco ed il lampadario ha simboli di stampo medievale.

Sulla facciata, sopra l’arco di trionfo, ci sono i leoni e la Minerva. Abbiamo uno stemma con palline, che riporta alla sua Firenze, ed immagini come se fossero affreschi medioevali e sopra vi sono dei cavalli, di cui si vedono le teste.

A sinistra in basso, bisogna assolutamente notare la firma di Coppedè, si dice che i massoni lascino sempre il loro segno sulle opere, la loro firma

Soffermiamoci sulla torre a sinistra del Palazzo degli Ambasciatori.

Nella parte bassa abbiamo le api, che fanno immediatamente pensare ai Barberini, ma le stesse hanno un significato più profondo per Coppedè: l’idea del lavoro comune. Sono insetti abituati a lavorare alacremente ed  insieme per costruire l’alveare.

Guardando un pò più in alto, si evince che se tutte le api lavorano bene, passano ad un livello superiore, a cui arrivano attraverso dei puttini. A questo livello comincia la selezione, ovvero le api diventano più grosse e sono solo due.

Ci siamo già distaccati dalla massa e troviamo Minerva, ovvero la conoscenza, lo studio. Il messaggio che vuole far passare è che solo attraverso lo studio ed il duro lavoro puoi migliorare la tua condizione.

Il percorso ai livelli superiori si fa complesso ed irto di problemi, infatti raffigura gli artigli, che simboleggiano le proprie paure da affrontare e sconfiggere per poi poter arrivare finalmente alla Vittoria Alata, la libertà.

Nella torre a destra, troviamo l’edicola della Madonna con il bambino, sormontata dal lampione. Il piccolo Gesù in braccio alla mamma protende verso chi passa. E’ sia di augurio che di protezione.

Tornando ai simboli, al piano stradale viene rappresentata la cornucopia, che da sempre è assimilata all’abbondanza ed alla fortuna, e nella sua idea è la base di tutto.

 

Subito però al primo piano troviamo la maschera della paura e dell’incertezza, che ci vuole indicare che quando ci si fa prendere dalla paura, si tende a non razionalizzare. Sopra, vediamo dei leoni alle finestre.

Ancora più su abbiamo delle divinità, dei finti stemmi all’angolo e poi, posta ad un livello superiore, osserviamo la Minerva, che abbiamo già citato prima come  simbolo della conoscenza

Alzando ulteriormente lo sguardo, notiamo i putti, che sorreggono e portano in trionfo uno stemma con un gallo. Sotto il tetto i gigli, che ricordano Firenze, ed in cima l’indicatore del vento con un gallo in ferro battuto, che nella simbologia massonica è colui che termina la notte e porta la luce.

Attraversando l’arco e ponendoci dall’altro lato del Palazzo, ritornano i simboli precedentemente rappresentati attraverso maschere, api e cavalli, ma il messaggio è il medesimo: supera le tue paure, ovvero le maschere, attraverso il lavoro duro, quello delle api, e sarai vincitore in groppo al tuo cavallo.

Da qui giungiamo a Piazza Mincio, il cuore del quartiere.

PIAZZA MINCIO

Quando Gino Coppedè presentò il progetto della Piazza, disse che la sua intenzione era quella di renderla un salotto e Piazza Mincio con la Fontana delle Rane rappresenta il salone centrale.

Piazza Mincio e le sue splendide abitazioni sono state il set cinematografico di fiction e film, ma ne cito due film del maestro dell’horror italiano, Dario Argento, ovvero L’uccello dalle piume di cristallo e Inferno, non ci siamo però fatti mancare neanche l’horror statunitense con Omen – Il presagio, decisamente da brivido, ma con una scelta della location superlativa.

FONTANA DELLE RANE

La Fontana delle Rane fu disegnata personalmente da Coppedè e realizzata nel 1924. Voleva essere un omaggio alla Fontana delle Tartarughe di Piazza Mattei, ma anche a quelle del Bernini.

Le rane della fontana sono 12, come 12 sono gli Apostoli o i segni zodiacali. Le rane subiscono trasformazioni in ben 12 settimane, da acquatici ad anfibi. Esse simboleggiano le metamorfosi, la rinascita, una connessione tra il mondo acquatico ed il mondo terrestre, tra il terreno e quello ultraterreno.

Soffermiamoci non solo sulle rane, ma anche sulla forma a coppa della fontana, come la coppa utilizzata da Gesù durante l’ultima cena del giovedì santo, parliamo del Santo Graal.

Piazza Mincio era il salotto ideale e come ogni salotto che si rispetti, ci si poteva sedere  sulla base della Fontana e sostando intorno al Santo Graal, le rane avrebbero spruzzato l’acqua della conoscenza.

E’ proprio questa la fontana, precedentemente menzionata, in cui i Beatles si sono calati dopo il concerto nel giugno del 1965…..immersi nel Santo Graal, altro che Codice Da Vinci di Dan Brown!

 

PALAZZO DEL RAGNO

Al civico 4 di Piazza Mincio troviamo il Palazzo del Ragno, la cui effigie gigante del ragno campeggia proprio sul portone d’ingresso.

Qual è l’arte del ragno? E’ quella di tessere la sua tela, fare la sua struttura, perfezionarla lentamente. Bisogna avere la pazienza del ragno ed il suo lavorare alacremente per passare al livello successivo, quello della conoscenza, ovvero la Minerva, ma qui ti ritrovi a fronteggiare le tue paure, ovvero i leoni, che supererai e vincerai. Infatti in alto troviamo un dipinto color ocre e nero rappresentante un cavallo alato, che porta un’incudine, tra due grifoni e la scritta labor. Il cavallo ti porta in vittoria, a cui sei arrivato attraverso il lavoro duro e lo studio, la conoscenza.

Il ragno è un simbolo di potere ed è legato quello dell’infinito, al numero 8, avendo 8 occhi ed 8 zampe.

Le virgole, le palline e le virgolette invece sono un richiamo al linguaggio scritto, alle unità matematiche ed alla musica.

 

PALAZZO DI CABIRIA

Sul lato opposto al Palazzo del Ragno, abbiamo il Palazzo di Cabiria, che attualmente ospita l’Istituto di Preistoria.

Riprende proprio l’opera Cabiria di D’Annunzio, che all’epoca era l’intellettuale italiano più famoso del mondo. Cabiria diviene il primo kolossal del mondo.

Viene ricostruita la scena di Cabiria con aquile ed una coda di pavone gigante a rappresentazione della vanità delle religioni, che offuscano la mente e la allontanano dalla verità, sopra la coda di pavone c’è la paura. La religione è un punto fermo, se ti allontani, avrai paura.

Nell’interno dell’arco dell’androne d’ingresso troviamo i cavallucci marini, dei draghi e sotto la volta dei soli con dei triangoli dentro, a simboleggiare il Signore, ma anche lo stato di illuminazione della massoneria.

Campeggia una scritta “Hospes salve” è il saluto all’ospite, che rappresenta colui che chiede di essere iniziato.

I decori interni di palazzi sono stati decisi a posteriori e modificati dal progetto originale.

VILLINI DELLE FATE

I Villini delle Fate sono probabilmente le tre costruzioni più celebri del Quartiere Coppedè.

Durante la fase di costruzione, Coppedè comincia a voler fare delle modifiche e ad inserire esplicitamente i simboli massonici. Guardando i Villini delle Fate, si possono vedere nella parte alta dei simboli, come i soli con i triangoli, palesemente riconducibili alla Massoneria, che non gradisce affatto questa esplicazione pubblica.

Secondo la massoneria, Coppedè stava rivelando i loro segreti e si giunge ad una rottura con i finanziatori, che decidono di tagliare i fondi.

Rimane con il cantiere aperto, case invendute e senza finanziamenti, così pensa bene di fare la vendita sulla carta, una vera e propria novità per l’epoca.  Coppedè stesso li accoglieva nel cantiere,  mostrava il progetto ambizioso e  le case già realizzate e nel giro di due anni li ha venduti tutti.

Il Villino delle Fate è un omaggio alle città simbolo d’Italia, Roma, Firenze e Venezia. Basta guardare i decori nella parte alta per vedere a che città è dedicato.

Su Via Aterno troviamo Firenze, con la scritta Fiorenza bella ed i ritratti di Dante e Petrarca.

Sul lato di Via Brenta abbiamo l’omaggio a Venezia con il leone alato di San Marco e l’aquila di San Giovanni.

La terza città è Roma con la lupa e con Romolo e Remo.

Su via Olona notiamo sulla facciata in alto, Domus Pacis, poi un Orologio Solare funzionante ed una scritta “Domino laetitia praebeo”, ovvero “offro gioia al padrone” di casa, ma il verbo latino lo si può leggere anche in senso riflessivo ed ha tutto un altro significato, “mi offro con gioia al padrone”, che era una frase utilizzata nei rituali di iniziazione della massoneria.

 

LICEO AVOGADRO

Nel progetto di Coppedè c’è anche una scuola, costituita all’epoca dalla materna, da una elementare pubblica ed una scuola superiore.  Attualmente è la sede del Liceo Scientifico Amedeo Avogadro.

Il pezzo forte, che è la summa di tutto ciò che ha potuto mai esprime in questi palazzi, è  ll mosaico in cui sono raffigurati un gallo, dei dadi ed una coppa.

Il gallo rappresenta la giovinezza, del resto siamo in una scuola! I dadi, su cui vi sono rappresentati i primi tre numeri primi, uno, tre e 5, vanno identificati con  le unità matematiche e la conoscenza. Infine la coppa rappresenta la vittoria, la riuscita nei tuoi progetti.

Il messaggio vuole essere il medesimo già espresso, ossia il giovane che aspira alla conoscenza, riuscirà nella vita.

In realtà, questi dadi sono la  pietra lavorata dalla pietra grezza e rappresentano il primo grado di iniziazione della massoneria,  il gallo è il portatore della luce iniziatica e la coppa è il Santo Graal, che è il risultato finale, la conoscenza.

Gino Coppedè non vide mai la fine del suo progetto, un infezione polmonare, sopraggiunta a seguito di un intervento di calcoli renali,  ha portato via a soli 62 anni uno dei più grandi geni dell’architettura mondiale, che vivrà  per sempre tra le mura e le piazze delle sue magnifiche creazioni, negli occhi stupiti dei visitatori e nelle storie che continueremo a narrare.

Mi auguro di averti incuriosito e ti aspetto per il prossimo racconto.

Marpi